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La croce incisa su pietra e appunti sulle antiche proprietà

Il per. min. Sante Iral, marigo della Regola Grande di Coi e già sindaco di Zoldo Alto, ci ha cortesemente scritto: «Grazie per la segnalazione della croce incisa su pietra. Da quanto descritto e dalle foto allegate si evince che dovrebbe trattarsi della croce confinaria n. 3 della ricognizione e riconfinazione del 1886, fatta dal tecnico Antonio Cercenà per conto del Comune di San Tiziano di Goima [= poi Comune di Zoldo Alto], che aveva fatto eseguire il controllo dei confini delle proprietà collettive, per rilevare eventuali occupazioni abusive. Il tratto [di strada e di muro] in questione riguarda il censuario di Brusadaz del catasto austro-italiano e tale croce è stata presa, all’epoca, quale punto di partenza delle misurazioni confinarie effettuate in quel censuario. I verbali della confinazione e le relative mappe sono conservati nell’archivio comunale e alle Regole interessate, al momento della loro ricostituzione legale, è stata rilasciata una fotocopia dei tratti di loro competenza». Grazie al marigo delle preziose informazioni!

Con l’occasione, facciamo alcune considerazioni.

Ci è stata confermata, anzitutto, la validità delle osservazioni fatte nella comunicazione del 2 novembre 2016, inviando quelle fotografie e, in particolare, quelle del muro (n. 49-51); si può fare anche un confronto tra lo stato di abbandono di allora e il bel lavoro di recupero effettuato. Allora, però, la superficie dei massi, essendo ricoperta di muschi, non permetteva di scorgere eventuali incisioni, il che è avvenuto adesso, individuando un masso con tre croci e un numero 3.

La croce più grande è a destra, guardando, ed è stata incisa su una superficie artificiosamente resa rientrante; ha una forma precisa, che termina su ogni lato in una specie di pomello ed è simile a quella che, nella tabella «Tipologia di croci» (presa da: https://www.google.it/search?q=croci+forme&rlz=1C1CAFB_enIT707IT707&tbm=isch&tbo=u&source=univ&sa=X&ved=0ahUKEwid3Yih5IPUAhUmLZoKHRtnANwQsAQILg&biw=1280&bih=918#tbm=isch&q=croce+forme+e+simboli&imgrc=_ ), è indicata quale Cross (Pommy).

Spostandosi a sinistra, con lo sguardo, si nota a fatica la seconda croce, terminante non più a pomelli ma in una forma a doppia punta, ricorrente nel mondo templare ed è l’evoluzione, in qualche modo, di una più lineare, di cui abbiamo una testimonianza, ad esempio, a Garway, in Inghilterra, mentre croci a doppia punta, assai ricorrenti ancor oggi nell’iconografia templare, sono documentate, ad esempio, alla Badia di San Savino, a Pisa (cfr., tra i molti siti al riguardo: http://www.templaricavalieri.it/simboli_dei_cavalieri_templari.htm e lo spagnolo http://www.voxtempli.org/?p=2227 ). Non intendiamo per nulla, sia chiaro, affermare un collegamento tra queste croci e la realtà templare; ci limitiamo semplicemente a mettere in risalto la similitudine iconografica.

La terza croce, meglio visibile, è assai semplice e non si ispira ad alcuna forma simbolica particolare.

Il numero 3 è stato posto, con sicurezza morale, nel 1886.

Le tre croci e il numero sembrano di epoca diversa, ma non è facile indicare a quando risalgano. Per motivi materiali ben comprensibili, è facile intuire che il muro venne costruito dopo il posizionamento del masso con le incisioni. Non è senza senso ipotizzare che ciò sia avvenuto quantomeno verso la metà del Seicento, quando la Regola fece il catasto dei propri beni.

Ma, a parte il muro e la sua data di costruzione, non vi è alcun dubbio ch’esso riprendeva ed evidenziava, quasi materializzandolo, il confine di proprietà precedente. E la proprietà collettiva di metà Seicento è la stessa, in tutto e per tutto, che si era costituita fin dal momento del sorgere del maso di Pianaz e di quello fratello di Mareson, interessanti anche Coi, poiché i documenti testificano che non vi fu mai alcun cambio di proprietà. Al punto che si può, quanto mai legittimamente, ipotizzare che in origine la mulattiera che affianca il muro svolgesse una funzione confinaria anche prima e dopo quel tratto di muro. Per il dopo, non c’è neppure novità, nel riconoscerlo, in quanto fino all’ultima malga, datata 1872, la situazione è esattamente quella di questo tratto: le proprietà collettive sono nella parte nord-est e quelle private sul lato opposte, fino a che, di lì a poco, si giunge a quel ramo del Rù de Méž che fa da confine storico della Regola e del Baliato dai Coi.

La logica porta a ritenere che ciò sia stato anche prima del muro, salendo verso di esso dall’abitato. In questo caso, però, ci troviamo di fronte ad un quadro patrimoniale diversificato. Se fosse regoliero tutto il territorio sul lato nord-est con spostamento sempre più a est-sud, avremmo tra i beni regolieri il Prà del Tor (e questo, in effetti, è ancora), ma anche il Paluél e i prati de La Crepa, almeno su questo lato, fino alla chiesa di San Pellegrino e oltre. Sappiamo, invece, che in essi si andarono costituendo due masi: quello degli Scarzanella (la collocazione è per deduzioni, non potendo situarlo da alcuna altra parte) e, poco più sotto, quello delle Calchere, da dove pure parte una mulattiera per Col, mentre la nostra mulattiera (di Le Casere-Coi) procede verso Col e, da prima, si dirama verso le Calchere, poi prosegue verso i Piain e svolta verso la valle di Brusadaz-Costa (diciamo questo in quanto è circa a metà strada tra il Brusadaz antico e la località de I Fréžoi, rientrante anticamente nel maso di Costa e forse di Costa di mezzo, fino nei pressi de La Scófa). Poi anche l’area (almeno in parte) sotto la chiesa di San Pellegrino e poi delle Crepate, sotto i Piàin di Col, è ancora di proprietà regoliera. Sembrerebbe, pertanto, che i masi Scarzanella e delle Calchere siano stati una colonizzazione di secondo tempo d’un’area inizialmente della Regola e di proprietà collettiva. Tanto almeno come ipotesi, che, però, come tale, si è non solo autorizzati ma costretti a fare.

Spostandoci ora con la riflessione sul lato nord-est del muro con le croci, ossia sul lato delle proprietà private, troviamo che tutte le proprietà sono dei Rizzardini, dei loro casati antichi. È vero che ora alcuni beni sono di certi Piva, ma perché subentrati alle famose e assai benestanti sorelle Bernarde del casato dei Rizzardini Casenove o Tisot; altre proprietà sono dei Pellegrini Vésco, ma perché eredi già dal Settecento dell’estinto ramo dei ricchi Rizzardini Sevolièr, e la malga dei Pellegrini Beretìn con i prati annessi è stata acquistata, con quei fondi, dai Rizzardini Ogióin, in partenza definitiva da Coi per San Gregorio nelle Alpi, tra il finire dell’Ottocento e i primi del Novecento. Si può ben dire, pertanto, che i prati delle Casere erano tutti in origine dei Rizzardini e tale loro proprietà scendeva, esclusiva, fino al Col de Madìer, compreso, con i rispettivi tre mulini.

Man mano, però, che ci si allontana da quest’area, per scendere verso l’abitato di Coi, si trovano proprietà di alcuni Panciera da Mareson, anche oltre il confine del Rù de Méž, verso Coi, prova di un loro antico interessamento e sfruttamento ai prati della parte meno settentrionale del pianoro di Coi. Tra il Col de Madìer e il Rù de Méž, poi, che pur rientra nel regolato di Coi, le proprietà private di persone non di Coi si fanno quasi esclusive e sono o dei detti Panciera o di famiglie di Pianaz, con la specificazione necessaria che Pianaz fa comunque parte della Regola Grande dai Coi; sono, però, proprietà pur sempre e per lo più non di Rizzardini, e tale situazione si estende dal Sas di Nuìž ai Gavóin e fino a Sot Tana compresi e persino alla parte bassa di Palua. Più in basso di queste località non ci sono, come ovvio, altro che proprietà di persone di Pianaz. Ma tra l’abitato di Coi, il Bailo e la chiesa di San Pellegrino a sud, con la strada che scende(va) a Col, Palua e l’Orghen a sud-ovest e da lì fin sopra Pianaz, stando ai documenti dell’investitura di quest’ultimo maso, si estendeva la proprietà del casale dei de Pellegrin (poi Pellegrini) e, sull’altro versante o colle, culminava quella dei Crepadoni, che scendeva fin quasi a ridosso della chiesa di San Nicolò, incuneandosi a triangolo sopra l’area destinata al sagrestano di questa chiesa, ossia ai Monego, residenti però nel maso di Iral.

Come scritto ancora anni fa, ci risulta in tal modo che gli antichi abitanti dell’area, riconoscevano nelle mulattiere una funzione confinaria e, ove possibile o ritenuto utile, l’evidenziavano con dei muretti, come quello superstite de Le Casere, struttura semplice ma di una certa dignità, ben idonea a conglobare i massi con eventuali, più antiche croci confinarie.

Tra detti confini, segnati e quasi disegnati sul terreno dalle mulattiere, l’insediamento e lo sviluppo dei masi avveniva più o meno così: una persona, inizialmente quasi solo residente fuori valle, interessata ad una qualche porzione del territorio, tutto di proprietà vescovile, ne chiedeva l’investitura, equivalente ad un contratto di diritto d’uso, di solito ventinovennale, con la formula generica e onnicomprensiva del «miglioramento del fondo» o persino, in negativo e riduttivamente, «del non deterioramento del fondo». In cambio, l’investito s’impegnava a versare alla Mensa vescovile un tot in denaro e un tot in beni di natura, senza eccessivi gravami per lui e con assoluta libertà nella gestione dell’azienda. L’investito coinvolgeva nella gestione l’intera sua famiglia, se era sposato (ma prima o poi lo era) e qualche fratello o sorella e, magari, altri familiari o persone di loro gradimento, che, secondo il diritto regoliero, non costituendo fuoco a sé, non avevano «voce in capitolo»; questi conduttori erano, a differenza dell’investito fuori valle, persone (le uniche) che abitavano stabilmente nel maso. Nella formula di investitura, il vescovo faceva una specie di delimitazione territoriale di competenza del maso, indicandola per sommi capi, tant’è che per noi oggi risulta in alcuni casi di dubbia identificazione. I conduttori del maso in quest’area potevano esercitare tutte le attività ritenute necessarie all’agricoltura.

Man mano, però, che procedevano nella sottrazione al bosco comune e incolto di aree prative o segative, da godere privatamente o collettivamente (con il sistema della rotazione detta di colendìei), tali prati o campi divenivano di esclusiva proprietà di chi (famiglia o comunità) li aveva realizzati. Vicini o lontani che fossero stati dall’abitazione, quei prati e campi, non sarebbero mai più rientrati nel patrimonio collettivo teoricamente disponibile anche per i membri dei masi vicini, mentre questo non avveniva per i pascoli e i boschi. Ma, come ovvio, perché la privatizzazione potesse essere valevole, era necessario che il lavoro previo di coltivazione del suolo fosse fatto in accordo con la comunità ed era nell’interesse massimo della stessa che i suoi membri diventassero economicamente autosufficienti, sicché non intendeva queste privatizzazioni come una sottrazione dal suo patrimonio collettivo, ma l’unica maniera per far sì che il patrimonio venisse valorizzato in una maniera ottimale, tale da permettere ai membri stessi della comunità di restare nel maso o villaggio e non emigrare altrove, in cerca di risorse vitali migliori. Il miglioramento, si potrebbe dire, riusciva benissimo fattibile ed era agevolato, in agricoltura, già sul posto.

Quando vediamo, perciò, che ai primi del Quattrocento, il maso di Pianaz aveva prati fino sui confini con Vodo di Cadore (e Zoppè), in Val de Sèra, ai piedi del Pelmo, dobbiamo concludere che almeno da una generazione o due l’area di sotto il Pelmo era stata lavorata in modo esclusivo da quei masieri, al fine esplicito di garantirsi dei prati sui quali nessun altro avrebbe più potuto avanzare rivendicazioni. E sarebbe stato motivo di orgoglio, al momento del rinnovo dell’investitura far scrivere dal notaio, ove possibile, l’elenco almeno dei più importanti di tali fondi prativi entrati in via esclusiva e definitiva nella proprietà collettiva del maso, a differenza di pascoli e boschi, che pur sorgendo tra i confini del maso, restavano soggetti al diritto previo di godimento di eventuali nuovi membri della Regola. Tant’è che, nelle investiture, boschi e pascoli, a differenza dei prati e dei campi, non venivano elencati, almeno come tali ovvero, se mai, per la loro funzione di area di confine del maso, non in se stessi.

Assistiamo, in tal modo, ad un progressivo e costante evolversi del diritto d’uso, acquisito con l’investitura in forma piena quale utile dominio, in diritto di proprietà, con il consenso tacito del soggetto feudatario o proprietario che investiva; il quale, pur conservando l’alta signoria (nel caso del vescovo conte) o (in ogni caso) il cosiddetto diretto dominio, entrava in una specie di condominio de iure e de facto con i suoi investiti, gravato per essi e apportatore per lui del semplice beneficio pattuito all’atto della prima concessione del maso e delle sue pertinenze terriere. Giuridicamente, però, ciò non era del tutto ben definito, né forse legittimo, per quanto pacificamente accettato da entrambe le parti sottoscriventi (o meglio concordanti, perché l’atto stesso dell’investitura si configura come una concessione e non una contrattazione) l’investitura e nell’interesse di entrambe. Si consolidò perciò la prassi di cui abbiamo una documentazione nell’antico estimo di Zoldo e nel primo registro di conti della chiesa di San Nicolò di Fusine ossia della locale cappella. Dal primo apprendiamo che le Regole di Mareson e Pecol nonché i masieri di Pianaz e loro consorti di Coi (i Rizzardini) erano intestatari delle montagne pascolive e prative convergenti e rientranti tra le precedenti loro investiture vescovili (così anche dalla sentenza del 1398), per cui pagavano una specifica tassa; dal secondo veniamo a sapere che pagavano alla Cappella un tot per il diritto di erbatico, diviso fuoco per fuoco. Da questo registro apprendiamo pure che anche i titolari degli altri masi pagavano alla Cappella il diritto all’erbatico, dal quale potevano essere sollevati o affrancati con una liquidazione, con un versamento una tantum, quantificato secondo certi stabiliti criteri di produttività potenziale dei terreni del maso stesso.

Non risulta, invece, che ci fosse una tassa ecclesiastica – diciamo così – per l’uso dei boschi e dei pascoli, per i quali esisteva solo quella civile, di cui all’estimo. Osservata questa differenza, notiamo pure la concordanza, invece, tra l’ius secandi (erbatico) e gli ius boscandi e ius pasculandi per quanto attiene all’apprensio ipsius iuris, nel senso che, in tutti e tre i casi, il diritto d’uso dopo un prolungato tempo di suo esercizio pacifico e pubblico si evolveva in diritto di proprietà d’uso o, più semplicemente, diritto di proprietà. Ed è il famoso caso ricordato dalla sentenza del gennaio 1398, con la quale ai pastori dei de Bitignolis de Axole (gli antenati dei nobili Bressa o da Brescia) venne riconosciuta l’acquisizione del completo diritto di proprietà sui vasti boschi e pascoli (nei quali sarebbero sorti dei masi) della montagna di Gòima.

In parallelo, dobbiamo concludere che anche i conduttori dei masi, dopo un identico periodo di uso pacifico e pubblico (e non poteva che essere tale) del territorio boschivo e pascolivo di cui avevano ottenuto l’investitura, ne divenivano in tutto e per tutto proprietari, pur continuando formalmente ad esserne solo utili domini, «signori nell’utile» e non «signori nel titolo [di proprietà]» e pur continuando a versare al dominus titolare il tot pattuito, a chiederne la conferma dell’investitura, che però questi non poteva mai negare, se non per una pura finzione astratta. E, inoltre, pur non essendo stato chiarito da alcuna parte, formalmente, che il diritto d’uso avrebbe potuto evolversi in tale maniera, trasformandosi in un diritto esclusivo dei primi investiti, escludente dalla partecipazione al godimento persino dello ius pasculandi e dello ius boscandi, cosa che al più era forse implicita, ma che si attuava non perché positivamente voluta dal dominus che rilasciava l’investitura, ma solo ricorrendo ex traverso al più generale diritto di apprensio loci, che valeva anche per chi non era detentore di alcuna investitura.

Nel caso concreto della Val di Zoldo assistiamo così al formarsi, già in quei lontani secoli (il XIII e soprattutto XIV e definitivamente XV secolo) a tutta una serie di masi che possiamo chiamare chiusi, ossia dalla titolarità collettiva ristretta, una volta per tutte, a ben definiti fuochi. In rapporto ai masi chiusi del Sud Tirolo-Alto Adige, questi nostri fanno capo però non a un fuoco-famiglia, ma ad un casato di fuochi-famiglia; non sono masi d’un nucleo famigliare, ma d’un preciso clan parentale. La differenza può sembrare minima, ma non lo è e avrebbe reso i masi zoldani più vulnerabili, soggetti al variare di più pareri e più volontà, egualmente libere di deciderne le sorti, sia pur per quote familiari. I masi zoldani, per vivere, avevano bisogno di maggior consenso, di maggior senso collettivo tra la pluralità dei titolari, cosa non facile a lungo tempo. Senza una legge di tutela dei beni collettivi, masi chiuse a pro di alcune casate, sempre vulnerabili nell’elemento soggettivo dei loro componenti, avrebbero potuto con estrema facilità, in questa o quella generazione, decidere di sciogliere in proprietà individuali il patrimonio comune. Ma ciò, quasi miracolosamente, nell’alta Val di Zoldo non è avvenuto; famiglie, casati, masi e villaggi sono rimasti uniti nel difendere i loro patrimoni antichi collettivi, a cominciare dalle vaste aree segative di Pala Favera e Col Toront, per coinvolgere quelle dei Pra del Tor e, non meno, boschi e pascoli, sui quali si sono verificati solo sporadici e assai limitati casi di occupazione privata. Retti dall’idea condivisa del valore dell’«essere Regola», i membri delle comunità regoliere di Mareson, Pecol, Fusine e Coi (con villaggi annessi), essi sono riusciti a condurre fino ai nostri giorni il senso morale d’appartenenza e i patrimoni collettivi antichi.

Di fronte all’idea individualista della cultura moderna, che veniva avanti, di fronte all’ideale egoistico del vivere, quell’antico muro delle Casere, quelle croci hanno retto. Quel muro, quelle croci non rappresentano solo un confine, ma prima ancora un ideale, un senso del vivere, personale e comunitario, affiancano e proteggono la strada d’un vivere sociale progettato assieme, in libertà e solidarietà, durato per secoli. A Coi, alle Regole, ai fuochi-famiglia, alle proprietà collettive tutte auguriamo buona e lunga strada!

Coi, 23 maggio 2017 / Don Floriano Pellegrini

Tipologia di croci

 

Croci templari

   

Garway (Inghilterra), croci templari

 

Croci templari

 

Croce templare con il motto

 Scudo con croce templare e spada

Pisa, Badia di San Savino, croce templare

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